Alla vigilia di un autunno di letture in biblioteca, pubblichiamo la recensione di un romanzo scritto per giovani e adulti da un'autrice novarese celebre per le sue opere di letteratura per l'infanzia, Anna Lavatelli, sempre impegnata anche in temi civili e sociali.

La chiamavano Cinquemila è un romanzo che parte da una “brutta storia di provincia” per diventare, pagina dopo pagina, un gesto di restituzione. La donna trovata morta nell’Agogna non è soltanto un corpo ripescato dal torrente, né un fatto di cronaca da consumare tra pettegolezzi e mezze verità: è Gianna, una persona cancellata prima ancora di morire da un soprannome crudele, “Cinquemila”, ridotta al prezzo che gli altri le hanno messo addosso. Il primo moto della protagonista, quel semplice “povera”, contiene già la chiave del libro: una pietà non sentimentale, ma inquieta, capace di trasformarsi in responsabilità.
Il valore più forte del romanzo sta proprio in questo sguardo. La protagonista non osserva Gianna dall’alto, non la giudica, non la usa come pretesto. La sente vicina, quasi una “compagna di sventura”, perché riconosce nel suo corpo disprezzato una forma estrema delle stesse paure che la abitano: non piacere, non essere vista, essere definita dagli sguardi degli altri. Per questo la sua indagine non è solo giornalistica, ma intima. Scrivere di Gianna significa provare a restituirle un nome, una casa, una storia, perfino una tenerezza. Quando la zia dice: «Nessuno l’ha mai capita, la mia Gianna», il romanzo mostra ciò che la comunità non ha saputo vedere: dietro lo scandalo c’era una donna fragile, affettuosa, capace di cura.
In questa prospettiva La chiamavano Cinquemila si può leggere anche come un romanzo profondamente femminista. Non perché proclami una tesi, ma perché smaschera una cultura che consuma il corpo femminile e poi lo condanna. Lo dice con lucidità una frase amara: «Voi uomini l’aggiustate quando vi conviene. E quando non vi conviene più, allora diventano delle puttane». La provincia raccontata da Lavatelli è un mondo di recinti, silenzi, ipocrisie: tutti sanno, tutti giudicano, quasi nessuno si assume una colpa. La morte di Gianna diventa allora uno specchio morale. Attraverso di lei, la protagonista comprende anche se stessa e trova nella scrittura una possibile emancipazione: non una salvezza definitiva, ma un modo per rompere il silenzio. La pietà, qui, non è compatimento: è sorellanza, memoria, atto di giustizia.
Ringraziamo l'autrice per averci consegnato un libro che ricorda i troppi casi di violenza sulle donne di cui le cronaca ci parlano da troppo tempo e in ogni luogo, perché anche le giovani generazioni comprendano i valori del rispetto e della memoria.

S.B.

Anna Lavatelli, La chiamavano Cinquemila. Una brutta storia di provincia a cavallo del ’68, Interlinea, Novara 2025, pp. 132, euro 18, “Biblioteca di narrativa” 48, ISBN 978-88-6857-633-2

Di seguito al programma dei Giovedì letterari in biblioteca a partire da ottobre 2025.

GIOVEDÌ 2 OTTOBRE ORE 18
Tra intelligenza artificiale e macchine da scrivere
Giuseppe Lupo presenta
Storia d'amore e macchine da scrivere (Marsilio)
con un dibattito sull’IA moderato da Roberto Cicala

Giovedì 9 ottobre ore 18
Maria Bakunin, la Signora di Napoli
“Sconfinamenti tra storia e letteratura”
a cura di Anna Cardano su Un pensiero ribelle (Solferino) di Mirella Armiero

Giovedì 16 ottobre
ore 16
Dietro le quinte
Libroforum a cura di Maria Adele Garavaglia
su Arona e il Teatro sociale (Compagnia della Rocca) di Giovanni Di Bella

ore 17,15
Gruppo di lettura
a cura di Maria Adele Garavaglia su Cos’è mai la vita (Kimerik) di Giovanni Obezzi

Giovedì 23 ottobre ore 17,30
Italia a mano armata
Giorgio Beretta presenta Il paese delle armi (Altreconomia)
in dialogo con Renato Bolognese
Evento a cura di Assopace

Giovedì 30 ottobre ore 18
Da partigiani a fuggitivi
Enrico Miletto presenta Oltrecortina. Comunisti in fuga (1946-1978) (Morcelliana Scholé)
in dialogo con Elena Mastretta
Evento a cura dell’Istituto Storico Fornara

 

 

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